
Milano Luglio 2025, durante questo periodo di estate giunge una notizia al sottoscritto, una
notizia che mai avrei voluto ricevere, quelle che si leggono sui giornali, quelle che i
notiziari diffondono tramite Tv.
Tutto ad un tratto squilla il telefono dello studio, dall’altro lato della cornetta il direttore di in
Carcere Lombardo, che con voce commossa, mi comunica il decesso di un mio assistito
A. M., mi riferisce che si è tolto la vita mediante l’utilizzo di una maglietta usata a modo di
cappio al collo, per lui nonostante l’intervento della polizia penitenziaria nulla si è riusciti a
fare, per evitare l’ennesimo suicidio in carcere.
Se non erro siamo a quota 37 da inizio anno, un dato molto preoccupante, un dato d’
allarme sociale. Il giovane A.M., stava scontando una pena per reati in materia di
stupefacenti, giunto in detenzione carceraria aveva a fatica intrapreso un percorso
intramurario, ma come la maggior parte dei detenuti, lamentava condizioni difficili, oltre le
difficoltà nel rapportarsi con l’area educativa, in quanto erano sporadici gli incontri volti ad
ottenere una sintesi comportamentale tale da porter essere utilizzata per la richiesta di
misure alternative alla detenzione.
E’ pure una notizia positiva l’aveva avuta, uno sconto di pena a seguito di accoglimento di
una richiesta di continuato, tale da fargli avere uno sconto della pena sul totale pena da
espiare.
A. M., era un giovane ragazzo di nazionalità straniera, che non soffriva di apparenti stati di
ansia, depressione, lo stesso era sovente telefonarmi dal carcere, per confronti sulla
strategia processuali, ma soprattutto sul continuo lamentarsi dell’assenza di confronto con
il personale carcerario, su come era difficile vivere all’interno dell’istituto.
Molte erano le volte, che provavo a tranquillizzarlo, dicendogli che stavo facendo di tutto
per provare a tirarlo fuori, ma poi come detto è arrivata questa notizia.
Notizia che ha sconvolto la mia esistenza, una notizia che nessun giovane avvocato
esperto di diritto penale vorrebbe ricevere, quelle che ti tolgono il fiato, che ti
ammutuliscono, quelle però che ti sbattono la realtà carceraria in faccia, una realtà fatta di
donne e uomini che ogni giorno fanno i conti con condizioni assurde, spesso rimettendoci
in termini di salute, tempo e soldi per coprire le mancanze croniche dello Stato.
Detenuti che si rapportano con strutture fatiscenti, dove d’estate soprattutto si cuoce e
d’inverno si gela. Spazi angusti, sporchi, privi di servizi igienici adeguati, strutture che ad
oggi ricevono zero investimenti reali nel reinserimento, pochissime misure alternative alla
detenzione. E il risultato è noto: il 75% di chi esce dal carcere torna nella recidiva del reato
entro cinque anni.
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Questo sistema penitenziario non va riformato: va superato. Non previene, non rieduca,
non reinserisce, le soluzioni in una società come la nostra possono anzi devono essere
trovate, ci vuole un intervento immediato per fermare questa strage silenziosa che sino ad
inizio anno ha tolto dignità non solo a chi lavoro tutti i giorni nel mondo del diritto
penitenziario ma ad un’intera Nazione, che è cresciuta sulla cultura romana.
Avv. Luigi Della Sala
Associazione Professionale ConLega

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